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Controller come terapia: quando i videogiochi diventano alleati del benessere psicologico

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Controller come terapia: quando i videogiochi diventano alleati del benessere psicologico

Quante volte abbiamo sentito dire che i videogiochi fanno male? Che rendono violenti, che isolano, che sono una perdita di tempo? Il dibattito è vecchio quanto l'industria stessa, e per decenni è stato dominato da voci alarmiste che spesso avevano più a che fare con la paura del nuovo che con dati concreti.

Nell'ultimo decennio, però, qualcosa è cambiato. La ricerca scientifica ha iniziato a guardare al gaming con occhi diversi, meno pregiudicati, e quello che ha trovato è molto più sfumato — e per certi versi sorprendente — di quanto i detrattori avrebbero voluto.

Sfatiamo subito il mito più grande

Il gaming non è né il paradiso né l'inferno che certi titoli di giornale vogliono far credere. Come quasi tutto nella vita, il contesto è tutto. Un coltello può cucinare un pasto o fare del male: dipende da chi lo usa, come e perché.

La stessa logica si applica ai videogiochi. Il problema non è il gaming in sé, ma il gaming disfunzionale: quello usato per sfuggire a problemi reali che non si affrontano, quello che sostituisce completamente le relazioni sociali invece di affiancarle, quello che non lascia spazio a nient'altro.

Il gaming consapevole, invece — quello che si integra in una vita equilibrata, che si sceglie con intenzione, che si riconosce per quello che è — può essere genuinamente benefico.

Cosa dice la ricerca scientifica

Gli studi sul tema sono ormai numerosi e provengono da università di tutto il mondo. Alcuni risultati particolarmente interessanti:

Uno studio dell'Università di Oxford del 2020 ha trovato una correlazione positiva tra il tempo trascorso a giocare e il benessere soggettivo dei partecipanti, sfidando direttamente le narrative allarmiste. I ricercatori hanno sottolineato che la qualità dell'esperienza — quanto ci si sente coinvolti e soddisfatti — conta più della quantità di ore.

Ricerche nel campo della neurologia hanno dimostrato che certi tipi di giochi — in particolare quelli che richiedono problem solving, pianificazione e adattamento rapido — stimolano aree del cervello legate alla memoria e alla funzione cognitiva, con potenziali benefici anche in età avanzata.

In ambito clinico, alcune forme di gaming vengono già utilizzate come strumenti terapeutici: dalla riabilitazione motoria attraverso giochi di movimento, al trattamento di fobie specifiche tramite realtà virtuale, fino all'uso di giochi narrativi nel supporto a persone che affrontano lutto o trauma.

Il gaming come spazio sicuro

Una delle funzioni psicologiche più importanti che i videogiochi possono svolgere è quella di spazio sicuro per sperimentare emozioni ed esperienze difficili.

Giocare a un RPG in cui si affrontano perdite, scelte morali complesse o situazioni di conflitto permette di elaborare emozioni in un contesto protetto, dove le conseguenze non sono reali ma le sensazioni sì. Questo può essere particolarmente prezioso per persone che faticano a gestire le emozioni nella vita quotidiana.

"Ho attraversato un periodo di forte ansia sociale," racconta Martina, 28 anni, gamer di Roma. "Giocare a MMO mi ha permesso di continuare ad avere interazioni sociali quando nella vita reale mi sembrava impossibile. Non era una soluzione definitiva, ma mi ha tenuta connessa al mondo mentre cercavo aiuto professionale."

La sua storia non è isolata. Per molte persone, specialmente durante periodi difficili come la pandemia, le comunità online costruite attorno ai videogiochi hanno rappresentato un'ancora sociale fondamentale.

Il rilassamento: non è solo Netflix con i tasti

Spesso si liquida il gaming come una forma di intrattenimento passivo, ma non è così. Eppure, anche l'aspetto del rilassamento merita attenzione.

Esistono categorie di giochi progettate esplicitamente per indurre stati di calma e riduzione dello stress: i cosiddetti cozy game. Titoli come Stardew Valley, Animal Crossing o i vari simulatori di vita e natura offrono ambienti rilassanti, ritmi lenti, obiettivi non pressanti. Per molti giocatori italiani, questi giochi sono diventati un rituale serale di decompressione, un modo per staccare dal lavoro e dalle preoccupazioni.

Diverso dal gaming puramente competitivo — che può invece aumentare i livelli di cortisolo nei momenti di tensione — il gaming rilassante ha dimostrato di ridurre i marcatori fisiologici dello stress in modo simile ad altre attività ricreative come leggere o fare giardinaggio.

Quando il gaming diventa un problema: riconoscerlo senza demonizzare

Sarebbe disonesto non affrontare anche il lato critico. Il gaming disorder esiste ed è stato riconosciuto dall'OMS nel 2018, anche se riguarda una percentuale molto piccola della popolazione dei giocatori (le stime parlano di circa il 3-4%).

I segnali da tenere d'occhio sono chiari: perdita di controllo sul tempo di gioco, gaming che prende il sopravvento su tutte le altre attività incluse quelle essenziali, continuare a giocare nonostante conseguenze negative evidenti, e malessere significativo quando non si può giocare.

"La distinzione fondamentale è tra uso e abuso," spiega la dottoressa Giulia Romano, psicologa con specializzazione in dipendenze comportamentali. "Molte persone che si preoccupano di giocare 'troppo' sono in realtà nella norma. Il problema vero è quando il gioco diventa l'unica strategia di coping per ogni tipo di disagio emotivo."

Giocare meglio, non solo di meno

L'approccio più utile non è quello quantitativo — stabilire un numero di ore oltre il quale il gaming diventa automaticamente un problema — ma quello qualitativo. Alcune domande utili da porsi:

Queste domande non servono a colpevolizzare il giocatore, ma ad aiutarlo a sviluppare quella consapevolezza che trasforma il gaming da abitudine automatica a scelta intenzionale.

Il futuro: gaming e salute mentale come alleati

L'industria stessa si sta muovendo in questa direzione. Sempre più sviluppatori inseriscono nei loro giochi meccanismi di supporto alla salute mentale: promemoria per fare pause, strumenti di personalizzazione dell'esperienza per renderla più accessibile a chi soffre di ansia o depressione, e persino contenuti esplicitamente terapeutici.

In Italia, la conversazione pubblica su gaming e salute mentale è ancora agli inizi, ma sta crescendo. Sempre più psicologi si formano per lavorare con giocatori, e sempre più gamer si sentono liberi di parlare apertamente della propria salute psicologica senza temere il giudizio della community.

Forse il momento migliore per riconsiderare il nostro rapporto con i videogiochi — né demonizzandoli né difendendoli ciecamente — è proprio adesso. Il controller può essere uno strumento di svago, di connessione, di crescita personale. Dipende, come sempre, da noi.

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